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La Fiammella

STUDI ED APPROFONDIMENTI DI CULTURA INIZIATICA

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Alchimia o alchimie?
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Noldor

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italy
MessaggioInviato: Sab Ago 22, 17:19:23    Oggetto:  alcune precisazioni... per quel che si può
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Caro viandante,

grazie per il contributo e per aver tentato di ravvivare il topic ed il Forum.
Per quel che so, la Pietra Filosofale è un oggetto concreto che è in grado di trasmutare i metalli inferiori in oro o in argento di grande purezza in base al metallo con il quale è stata precedentemente fermentata. Nulla di psichico: è il percorso classicamente descritto (in genere dalla Seconda Opera in avanti) dai testi più antichi. Tuttavia, come accennavo, forse l'Alchimia non è tutta lì.

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Filalete nello Speculum Veritatis ci mostra sempre DUE Filosofi che, diciamo così, viaggiano in parallelo ma poi fanno cose diverse. In tempi più recenti, Gratianus nel libro 'L'Apprendista' (che consiglio vivamente di leggere) pubblica delle immagini piuttosto significative, nel solco dell'insegnamento di Filalete. Per conoscere meglio quest'ultimo, ancora oggi il miglior testo è quello delle Mediterranee, curato da Paolo Lucarelli. Il quale, che io sappia, non apparteneva alla Montesion.

Quanto alla discussione su questo 'altro', Offerus ha offerto già degli spunti: io ripartirei da lì.

Per quanto riguarda Kremmerz e la sua scuola, non ho conoscenze dirette della sua struttura ma anch'io credo che nel forum ne sia iscritto più di uno. Non mi sento di aggiungere altro perché rischierei di dire inesattezze e poi perché questo topic è nato per sapere quante anime ci fossero in questo ambito e non per dire quale via è quella giusta.

Saluti

Noldor
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MessaggioInviato: Sab Ago 22, 17:19:23    Oggetto: Adv






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viandante

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italy
MessaggioInviato: Dom Ago 23, 14:30:23    Oggetto:  
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Grazie Noldor per la risposta semplice e chiara.

Su Lucarelli e la Loggia Monte Sion nessuno me l'ha detto ma leggendo mi son fatto quell'idea, potrei sbagliarmi... comunque alcune delle sue dispute su cosa fosse l'Alchimia... mi pare nascano (dovrei cercare i riferimenti precisi ma non ho voglia Wink Smile) anche da quelle frequentazioni.

Citazione:
Per quanto riguarda Kremmerz [...] questo topic è nato per sapere quante anime ci fossero in questo ambito

da quello che lei stesso, Noldor, ha scritto a inizio topic:
Citazione:
Vogliamo provare ad aprire una chiacchierata 'da salotto' sulle varie declinazioni del termine Alchimia? Senza dire 'Alchimia è questo e non quello'... ci proviamo?

sembra che, più che contare gli appartenenti a questa o quella scuola, fosse appunto un invito a chiarire le declinazioni e l'utilizzo del termine Alchima nelle varie tradizioni di riferimento. E visto che, tra gli altri, l'insegnamento kremmerziano mi sembra una curiosa accozzaglia ottocentesca, e nessuno argomenta al riguardo, l'ho detto.

Per quel che concerne la pietra filosofale, pure io, leggendo i testi, mi ero fatto l'idea che fosse un oggetto concreto... ho solo buttato lì, volutamente, quelle considerazioni per cercare un ulteriore chiarimento.

Inoltre,
Citazione:
forse l'Alchimia non è tutta lì.

fatte le debite proporzioni con altri ambiti, semplificando, possiamo dire che anche in Oriente le varie scuole (ad esempio buddhiste) articolano su vari "livelli" la conoscenza (realizzazione, illuminazione, reintegrazione, etc. etc.). Mi pare lo stesso avvenga con l'Alchimia. Tra gli ultimi, proprio Lucarelli e Gratianus hanno provato a chiarirlo. Sarebbe interessante che al riguardo, qualcun altro sulla Via, condividesse le sue considerazioni e almeno in parte la sua esperienza.

Saluti filosofici,
v.
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viandante

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italy
MessaggioInviato: Lun Ott 12, 15:10:03    Oggetto:  Psicologia alchemica
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Uno dei modi in cui viene declinato il termine "Alchimia" riguarda la psicologia del profondo. Com'è testimoniato da opere quali Psicologia e alchimia e Mysterium Coniunctionis, Jung considerava il simbolismo alchemico una risorsa per la pratica psicoanalitica. Secondo Jung durante il laborioso processo di creazione della “pietra” da parte degli alchimisti si attuavano proiezioni psichiche che portavano alla luce i contenuti inconsci, spesso in forma visionaria. Sempre secondo Jung la complicata e infinita simbologia alchemica non faceva altro che descrivere, in modo figurato, il processo di trasformazione della psiche e i relativi stadi di tale percorso. Per Jung nell’animo umano alberga una naturale spinta verso la piena realizzazione di sé, egli chiamò questa pulsione - che si manifesta in un lungo e faticoso cammino - “l’archetipo dell'individuazione".

Fu solo dopo aver letto Il segreto del fiore d’oro, un regalo del suo amico sinologo Richard Wilhem (gli insegnamenti del libro, attribuiti al maestro Lu-Tzu che visse fra la fine dell'VIII e il principio del IX secolo d.C., hanno per oggetto pratiche di trasformazione, pratiche di alchimia interiore), che Jung cominciò a prendere in considerazione la letteratura alchemica. Mentre procedeva con la lettura del libro, scrive Jung: “Notai ben presto che la psicologia analitica concordava stranamente con l’alchimia. Le esperienze degli alchimisti erano, in un certo senso, le mie esperienze, e il loro mondo era il mio mondo ... avevo trovato l’equivalente storico della mia psicologia dell’inconscio. Ora essa aveva un fondamento storico” (Ricordi, sogni, riflessioni; 1992, p. 250). Secondo Jung il simbolismo alchemico gli fornì un immenso aiuto per la comprensione dei processi nevrotici e psicotici. Numerosissimi sono anche i concreti riferimenti alla pratica clinica.

Venendo a giorni nostri nel 2013 è stato pubblicato in italiano un libro - Psicologia alchemica, Adelphi Edizioni - di James Hillman, psicologo junghiano, nel quale l'autore interpreta i temi cari al suo maestro. Se «l’individuazione della nostra anima richiede il riconoscimento dell’individualità dell’anima presente nelle cose» allora secondo Hillman è legittimo affiancare alla psicologia un mondo a prima vista ai suoi antipodi come l’alchimia, giacché non vi è poi grande differenza tra chi tentava di trasmutare metalli vili in oro e chi trasmuta anime sofferenti in anime «indorate» di pace.

Qui potete leggere parte di Blu alchemico e unio mentalis, un interessante capitolo del libro stesso:
Spoiler:

Il passaggio dal nero al bianco si compie talora attraverso una gamma di altri colori, i blu più scuri in particolare, i blu dei lividi, della sobrietà e dell'esame di coscienza puritano, i blues dello slow jazz.
Il colore dell'argento non era soltanto il bianco, ma anche il blu: Ruland elenca 27 tipi di argento dal colore blu e Norton scrive che «l'argento si può agevolmente trasformare nel colore della lazulite, perché... insita nell'argento, prodotto dall’aria, è la tendenza ad assomigliarsi al colore del cielo».
È di tale forza l'associazione del blu con l'argento e con l'imbiancamento, che persino la chimica moderna, nel discutere la testimonianza alchemica (l'originarsi di un pigmento blu dall'argento trattato con il sale, l'aceto, eccetera), ritiene che gli alchimisti avessero una qualche giustificazione fisica a noi ignota, a conferma di quanto asserivano.
Ma tale asserzione non si fonda piuttosto sulla fantasia?
Sull'argento sofico di un'immaginazione imbiancata che sa che nell'inargentarsi il blu è presente, e quindi lo vede?
La fase blu che separa il bianco dal nero assomiglia alla tristezza che emerge dalla disperazione nel suo procedere verso la riflessione.
Riflessione che proviene da una distanza blu, o in essa anche ci introduce, non tanto come un nostro atto di concentrazione, ma come qualcosa che in noi si insinua quale una fredda, isolante inibizione.
Questo ritrarsi verticale assomiglia anche a uno svuotarsi, al crearsi di una "capacità" di accoglienza, o di un ascolto profondo - già un presagio dell'argento.
Sono queste le esperienze che Goethe associa al blu: «Il blu reca ancora con sé un principio di oscurità... è potente, come colore, ma appartiene alla serie negativa, e nella sua purezza più elevata è quasi una negazione stimolante... una sorta di contraddizione tra eccitazione e riposo. Come ci appaiono blu il cielo in alto e i monti più lontani, così una superficie blu sembra allontanarsi da noi... ci trascina al suo seguito. Il blu ci da un'impressione di freddo e quindi, ancora, ci fa memori dell'ombra. Abbiamo già parlato della sua affinità col nero. Le stanze dipinte di blu puro sembrano in qualche misura più larghe, ma al tempo stesso vuote e fredde... gli oggetti visti attraverso un vetro blu (sono) lugubri e melanconici».
Ma la tristezza non è tutta del blu: anche un tumultuoso dissolversi della nigredo può mostrarsi attraverso "blue movies" (film pornografici), "blue language" (linguaggio blasfemo), nell'amour bleu, nei barbablù, nelle "blue murder" (minacce di carneficina), e nel corpo cianotico. Quando insorgono fantasie Animus-Anima di questo genere, perverso, pornografico, agghiacciante o vizioso, è all'interno della transizione del blu verso l'albedo che possiamo situarle; potremo allora cercare tracce d'argento nella violenza, perché vi sono modi di riconoscersi che prendono forma nell'orrore e nell'oscenità.
La putrefactio dell'anima genera una nuova coscienza animica, un radicamento psichico che deve includere esperienze infere proprie di Anima, le sue affinità con il perverso e la morte.
Il blu scuro del manto della Madonna genera molte ombre, e sono quelle che le danno profondità di comprensione; proprio come la mente formata sulla Luna è vissuta con Lilith, cosicché il suo pensiero non può mai essere ingenuo, non può cessare mai di sprofondare verso le ombre.
Il blu protegge il bianco dall'ingenuità.
Come Jung afferma, la direzione verticale è associata al blu per tradizione. Le antiche parole greche per il blu servivano anche a designare il mare; in Tertulliano e in Isidoro di Siviglia il blu si riferiva sia al mare sia al cielo, analogamente alla parola greca (bathun) e a quella latina (altus), che implicavano l'alto e il profondo in una sola parola.
La dimensione verticale come gerarchia persiste nel nostro linguaggio, nel sangue blu per la nobiltà, nei nastri azzurri delle premiazioni, e in molte immagini mitologiche di "dèi blu": Kneph d'Egitto, le vesti blu di Odino, Giove e Giunone, Krishna e Vishnu, Cristo nel suo ministero terreno, come il Cristo-Uomo blu visto da Hildegard di Bingen.
Il passaggio dal nero al bianco attraverso il blu implica che il blu porti sempre il nero con sé. (Fra i popoli africani, per esempio, il nero include il blu, mentre nella tradizione giudaico-cristiana il blu appartiene piuttosto al bianco). Il blu porta nell'imbiancamento tracce di mortifìcatio. Quel che era prima la vischiosità del nero, quale catrame o pece da cui era impossibile liberarsi, si trasforma ora nelle virtù tradizionalmente blu della costanza e della fedeltà; gli stessi eventi foschi appaiono diversi, e gli aspetti tormentati e sintomatici della mortificazione - lo scorticarsi, la frantumazione di vecchie strutture, la decapitazione di volontà caparbie, i topi e il marciume della propria cantina personale - cedono il passo alla depressione.
Come il blu, perfino il più scuro, non è nero, così la depressione, anche la più profonda, non è la mortifìcatio che significa morte dell'anima. La mortifìcatio è più spinta: le immagini sono compulsivamente imprigionate nel comportamento, la visibilità è zero, la psiche è intrappolata nell'inerzia e nell'estendersi della materia. Una mortifìcatio è un tempo di sintomi. Queste torture della psiche nella physis, inesplicabili e totalmente materializzate, vengono mitigate, in accordo con la sequenza dei colori, da un moto verso la malinconia, che può aver inizio con un rimpianto dolente perfino del sintomo perduto: «Era meglio quando stavo male fisicamente - ora posso soltanto piangere». Estrema infelicità (" blue misery").
Così con l'apparire del blu il sentimento diventa sovrano e il sentimento sovrano è il lamento dolente (Rimbaud equipara il blu alla vocale "O", e Kandinsky al suono del flauto, del violoncello, del contrabbasso e dell'organo).
Sono lamenti che portano tracce dell'anima, del suo riflettere e distanziare attraverso l'espressione immaginativa. Qui è più facile capire perché la psicologia archetipale abbia eletto la depressione a via regia del "fare anima": gli esercizi ascetici che chiamiamo "sintomi" (e il loro "trattamento"), la disperazione per la colpa e il rimorso, in quanto decomposizioni della nigredo, trasformano la vecchia personalità dell'Io "riducendola"; ma questa necessaria riduzione è solo preparatoria al senso d'anima, il cui primo apparire è appunto nell'immaginazione venata di blu della depressione.
Possiamo dire che il blu sia il prodotto di una collaborazione fra Saturno e Venere. Secondo Giacinto Gimma - un gemmologo settecentesco - il blu rappresenta Venere, mentre il capro, l'emblema saturnino del Capricorno, è l'animale del blu; e il Capricorno, come ricorderete, si estende lentamente dalle profondità alle altezze: immensa distanza e immensa pazienza. Nel recare a Venere una malinconia più profonda e nell'indurre magnanimità in Saturno (un'altra virtù del blu, secondo Gimma), il blu rallenta anche il passo del bianco, perché è il colore del riposo (Kandinsky) e quindi il fattore ritardante nell'imbiancamento.
È l'elemento della depressione che suscita dubbi profondi e principi elevati, che vuol dare alle cose un ordine di fondo e definirle per renderle chiare.
Questo effetto del blu sul bianco può manifestarsi in sentimenti di servizio, in operosità e disciplinata osservanza delle norme, o in certi simboli civici convenzionali che taluni di questi sentimenti potrebbero assumere, come la Croce Blu, i "blue collars" e le tute blu. Lo stesso effetto può anche manifestarsi nei sensi di colpa e negli scrupoli di coscienza.
Vi è infatti un "aspetto morale nell'imbiancamento" - e penso che proprio questo sia l'effetto del blu. L'imbiancamento non implica un venir meno dell'Ombra, né un prenderne coscienza; per me significa invece un più vasto spazio per sostenere le sue altezze e le sue profondità, la sua intera dimensione. L'anima si fa più bianca perché l'Ombra è uscita dal rimosso e si è diffusa nelle diverse ramificazioni della coscienza; come i blu che infondono la profondità dell'ombra e la precisione del corpo nei dipinti a olio, come la goccia blu che fa più bianco il bucato.
La peculiarità dell’ombreggiatura dipende dalla proporzione bianco/nero: «Se il nero supera il bianco di un grado, ne risulta un colore blu-cielo». Quanto più nero c'è tanto più scuro è il blu; e anche quelle celestiali aspirazioni, che come lampi azzurri corrono nel lontano blu selvaggio, portano un po' di oscurità, una goccia di putrefazione, una grazia salvatrice di depressione nella loro speranza; e la grazia salvatrice del celeste ("light blu") di Maria sta forse proprio in quel suo "grado di nerezza".
Secondo me, la definizione junghiana del blu, come "funzione di pensiero" si connette all'antica associazione del blu con le profondità impersonali del mare e del cielo, con la sapienza di Sophia, con la filosofia morale e la verità. Le immagini dipinte di blu, dice lo pseudo- Dionigi «mostrano la segreta profondità della loro natura»: il blu è «oscurità resa visibile».
Questa profondità è una qualità della mente, un potere invisibile che permea ogni cosa, come l'aria - e il blu è il colore dell'elemento aereo, come l'Alberti scrive nella sua grande opera Della Pittura. Quando i blu più scuri si presentano in analisi, io mi preparo, prevedendo che ci attendano ora le altezze e le profondità di Animus e Anima, o dell'Animus dell'Anima, come talora lo chiamano gli junghiani. (Sapevate che "blue-stocking" significava donna colta, che "blueism" significava "il possesso o l'ostentazione di cultura in una donna", e che il semplice termine "blue" significava un tempo "amante della letteratura"?).
Questi blu scuri sono inflazioni dell'impersonale, del nascosto; ma non sono euforici nella loro inflazione, si presentano invece come ponderosi pensieri filosofici, giudizi sul bene e sul male, e sul luogo della verità in analisi. E tuttavia quel che sembra, e in effetti è, così profondo, in realtà è distaccato e lontano dalle cose immediate.
Ciò di cui stiamo parlando «sembra allontanarsi da noi» e «trascinarci al suo seguito» (Goethe), con i modi seducenti di Anima.
Ricordare che l'Animus dell'Anima è uno spirito psichico che cerca di illuminare l'anima, sprofondandola o innalzandola verso le verità impersonali, mi aiuta a meglio destreggiarmi in queste sedute analitiche; sono arrivato a capire, grazie a Goethe, che in questi colloqui blu-scuro di "negazione stimolante" (pensieri negativi dell'Animus, giudizi negativi dell'Anima), è riposto un tentativo di ricerca dell'anima. È un'opera di distanziamento e di distacco (Goethe) che si va compiendo, uno sforzo di riflessione che è tuttora intriso di nigredo, perché scava troppo in profondità e preme troppo forte, trascurando le superfici immediate da cui l'argento trae la sua luce; e tuttavia quelle stesse "negatività", che ossessionano a tal punto la riflessione con fosche intuizioni e "ruminazioni" depressive, dilatano lo spazio psichico svuotando la stanza (Goethe) delle sue precedenti strutture.
Quando l'anima tenta di aprirsi una via di uscita dall'oscurità, attraverso faticose meditazioni filosofiche, ha luogo allora l'imbiancamento: l'Animus è al servizio dell'Anima.
Persino la negatività dell'umore e della critica, e il mio stesso ritrarmi, che avverto durante questi esercizi, appartengono a questo percorso blu verso il bianco. La nigredo non ha termine in un'esplosione o in un piagnucolio, ma impercettibilmente passa nel soffio dell'anima (anima) con un sospiro.
Ci può essere di aiuto ricordare un'immagine di Rabbi ben Jochai riportata da Scholem: la fiamma ascendente è bianca, ma proprio alla sua base, come un piedistallo, vi è una luce blu nera la cui natura è distruttiva. La fiamma blu nera attira le cose e le consuma, mentre il biancore continua a fiammeggiare al di sopra. Il blu distruttivo e il bianco sono racchiusi nello stesso fuoco, ed è in virtù della sua stessa inerenza alla nigredo - commenta Scholem - che la fiamma blu può consumare l'oscurità di cui si nutre.
Gli aspetti che siamo andati scoprendo in questa amplificazione mettono in rilievo l'importanza del blu nel processo alchemico. Qualcosa di essenziale andrebbe perduto se l'apparire del bianco non fosse che il risultato di una liberazione dall'oscurità; qualcosa deve incorporare nell'albedo una risonanza, una fedeltà a quel che è accaduto, e trasmetterne la sofferenza con un'altra sfumatura: non più come dolore lancinante, come decomposizione o come memoria della depressione, ma come valore.
Il valore fa parte della fenomenologia dell'argento: il senso del valore delle realtà psichiche non si genera soltanto dal sollievo alla più nera disperazione. È proprio il blu che da valore al bianco, nei modi che abbiamo indicato, e specialmente con l'introdurre preoccupazioni di ordine morale, intellettuale e religioso; così portando alla mente imbiancata una capacità di valutare le immagini, di dedicarvisi con devozione, e un senso della loro verità, invece di riflettere semplicemente lo spettacolo che offrono considerandolo una fantasia.
È il blu che da profondità all'idea di riflessione, al di là della sola nozione del rispecchiarsi, inducendola verso nozioni ulteriori, quali il ponderare, il considerare, il meditare. Si dice che i colori che annunciano il bianco siano quelli dell'iride e dell'arcobaleno, quelli dei "multi flores", e soprattutto quelli che risplendono nella coda del pavone con i suoi molteplici occhi.
Secondo Paracelso i colori sono il risultato di un prosciugarsi dell'umidità: lo si creda o no, c'è più colore nel deserto alchemico che nell'inondazione, più dove l'emozione è minore che dov'è maggiore. L'inaridirsi libera l'anima dal soggettivismo personale e, man mano che l'umidità si ritrae, quella vivacità un tempo posseduta dal sentimento può ora oltrepassarlo, per riversarsi nell'immaginazione - dove il blu è d'importanza straordinaria, perché è il colore dell'immaginazione tout court.
Per fondare questa apodissi non mi limito a quel che finora abbiamo esplorato - l'umor malinconico ("blue mood") che favorisce il fantasticare, il cielo azzurro ("bluesky") che suscita l'immaginazione mitica chiamandola alle mete più distanti, il celeste di Maria, epitome occidentale dell'Anima, e la sua funzione di stimolo nel "fare immagine", la rosa blu del romanzo, un pothos che si strugge per ciò che è impossibile, contra naturam (e pothos, il fiore, era una consolida reale blu, o delphinium, posata sulle tombe). (
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Qui si trova una sintetica descrizione del contenuto del libro:
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Difficile trarre conclusioni. Possiamo dire che i simboli alchemici e i processi dell'Alchimia essendo tesi alla corporificazione dello spirito non possono essere che un linguaggio "universale". Un linguaggio e un percorso che anche se non utilizza il laboratorio può portare alla reintegrazione della propria psiche (comunuqe, alla fine fine, non so bene cosa questo voglia dire Smile).
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italy
MessaggioInviato: Mer Ott 14, 00:25:47    Oggetto:  Cosa non è Alchimia
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Caro Viandante e cari Tutti Quanti Smile

Riporto un passo particolarmente illuminato di un autore a me sconosciuto (cercherò il libro Smile). Lo trovo semplice, diretto e conciso...e particolarmente calzante con il mio modo di concepire l'Alchimia. Credo meriti di essere soppesato:

«È significativo che ai giorni nostri si tenti una reinterpretazione dionisiaca dell’alchimia invocandola come il pensiero che avrebbe precorso i filoni più attuali del pensiero contemporaneo: dalla visione ecologica del mondo, dell’uomo e dell’universo, al rifiuto della camicia di forza dell’ancòra imperante logica aristotelica e del principio di causalità; dalla teoria dei sistemi a quella della struttura della materia; dalla medicina psicosomatica all’esaltazione dell’amore e dell’erotismo. Infatti questo è completamente vero, ma sotto una luce sinistra: la vera alchimia non precorre i tempi moderni ma vi si oppone perché conserva la conoscenza tradizionale, che è inconciliabile con questi. Da un’altra parte, però, quella parodia di alchimia che è oggi conosciuta precorre davvero il moderno, perché contiene ‘in nuce’ la conclusione finale della rivolta antitradizionale: dal tellurismo allo ‘shaktismo’, dalla volontà di manipolazione materiale all’ignoranza sulla vera costituzione della cosiddetta materia alla totale ignoranza metafisica, con tutto ciò che ne consegue».

Raffaele Marolda, ‘La trottola di Dio. La medicina, l’uomo, il sacro nella Tradizione’, Nuovi Orizzonti, Milano 1997, pp. 32-33, nota 3


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