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La Fiammella

STUDI ED APPROFONDIMENTI DI CULTURA INIZIATICA

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divagazioni ermetiche
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Benjamin

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MessaggioInviato: Gio Mar 16, 10:33:32    Oggetto:  analogia
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La grande Legge di Analogia - introduzione

La forza unica, quintessenza delle quattro riconosciute, invano ricercata dalla scienza moderna, sembra essere la chiave che rende possibili le operazioni alchemiche, il principio primo, quel fuoco che dicono nascosto in un sale e che anche i grandi adepti affermano di aver trovato solo dopo molti anni.

Essa può non apparire come forza vera e propria, a somiglianza delle quattro sue figlie, ma ad essa possono accedere, così io credo, alcuni aspetti della nostra esperienza sensibile considerati ‘deboli’ e non direttamente efficaci, come il pensiero, l’immaginazione, il sogno, la sostanza stessa della coscienza; nel cuore di questi aspetti fa da padrona la grande Legge di Analogia.

Dal vocabolario

analogìa s. f. [dal lat. analogĭa, gr. ἀναλογία, «relazione di somiglianza, uguaglianza di rapporti, proporzione matematica», der. di ἀνάλογος «analogo»]. – 1. Rapporto di somiglianza tra due oggetti, tale che dall’eguaglianza o somiglianza constatata tra alcuni elementi di tali oggetti si possa dedurre l’eguaglianza o somiglianza anche di tutti gli altri loro elementi. Più genericam., nell’uso com., il rapporto che la mente coglie fra due o più cose che hanno, nella loro costituzione, nel loro comportamento, nei loro processi, qualche tratto comune.

Dalla ‘tabula smaragdina

‘Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una’.

Come spiegherò più avanti questo tratto della tabula è a mio parere particolarmente efficace nel far comprendere il senso della parola ‘analogia’ e la distingue da termini consimili come anagogia, allegoria, e in particolare simbolo.

La legge di analogia è di importanza cruciale nello studio dell’ermetismo che, occorre dirlo, è l’unico a riconoscerla come ‘legge’. E’ proprio essa a tracciare una precisa linea di confine tra ciò che possiamo chiamare ‘conoscenza antica’, direi addirittura preistorica, e la moderna interpretazione del mondo, in particolare la metodologia applicata alla ricerca scientifica. Dal canto suo la scienza ufficiale non riconosce esplicitamente alcun valore alla relazione analogica, pur ricorrendo ad essa inconsciamente nel momento stesso in cui usa intuizione e pensiero e pur rilevando spesso formalismi del tutto ‘analoghi’ tra modelli teorici relativi ad oggetti di studio distanti tra loro. La detta mancanza di attenzione risiede soprattutto nel fatto che la relazione ‘analogica’ non è ritenuta poter avere reale efficacia, ovvero non presenta caratteristiche riconducibili ai quattro tipi di ‘forza’ o ‘campo’ poste a fondamento della struttura del cosmo quale attualmente teorizzata.

Ammesso che realmente ci sia corrispondenza tra alto e basso ciò significa che deve esistere tra i due ‘stati’ una particolare relazione anche se difficilmente spiegabile. Nel piano puramente oggettivo riscontriamo qualcosa di simile nella ‘risonanza’ o più in generale nel fenomeno della ‘sintonia’ applicabili sia al campo acustico che a quello elettromagnetico e che da lontano ricordano l’analogia rispondendo di fatto a quei rapporti di similitudine tra oggetti ‘risonanti’. Però l’analogia coinvolge un orizzonte più vasto e aspetti più profondi che impattano inevitabilmente con il mondo psichico, il campo percepibile da enti ‘psichicamente’ sensibili e certamente non estraneo a ciò che con termine piuttosto vago chiamiamo ‘Natura’.

Non è detto che la relazione analogica abbia il carattere di una interazione biunivoca ovvero che il ‘basso’ possa anch’esso agire nei confronti dell’’alto’; ciò contraddirebbe la tradizione che associa da sempre all’alto, detto anche ‘cielo’, una funzione ‘attiva’ e al ‘basso’, detto anche ‘terra’, tutto quanto è inerte, pesante, passivo. Forse ricordando un’era arcaica che permetteva all’uomo per innata conoscenza una certa azione ‘per analogia’ l’uomo ha perpetuato tale convincimento in molti riti, tracce imperfette di un lontano passato, nel tentativo di rendere agente ed efficace, in ‘basso’, la relazione analogica al fine di ottenere nel mondo fisico risultati altrimenti difficili o impossibili da realizzare con i mezzi usuali alla portata di tutti. Per brevità non mi inoltro in esempi specifici, facilmente rintracciabili.

Agire in modo analogico anche sul piano orizzontale fa parte di quel ‘secretum’ che autori classici ritengono indispensabile nelle operazioni della Magia tradizionale (vedi Agrippa), spesso strettamente legate a parallele corrispondenze ‘astrologiche’, ma è lecito supporre che qualcosa di simile e vicino a quanto detto abbia valore anche nell’operatività alchemica, ogni volta che si invochino enti come la Luna, tempi come la Primavera, azioni come la Preghiera. E’ difficile capire quanto peso ‘alchemico’ abbiano le proprietà analogiche della materia e quanto quelle puramente ‘chimiche’, che certamente nel tempo debbono avere prevalso determinando la fine della stessa alchimia. E’ proprio la ‘tabula smaragdina’ ad affermare con autorità che ‘per fare i miracoli della cosa una’ occorre entrare nel senso profondo del ‘Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso’ mettendo in atto ‘operazioni’ e ‘disposizioni’ opportune.

Sembra infatti che venga suggerito all’operatore alchemico di indagare sulle proprietà nascoste della relazione analogica, proprietà verosimilmente riconoscibili più nell’immaginazione e nel sogno, piuttosto che nelle leggi fisiche della scienza induttiva. Pertanto se parli di ‘antimonio’, per fare un esempio, una corrispondenza non esclude l’altra, avrà un senso sia ‘ciò che viene prima di tutto’ sia altri aspetti più specifici, addirittura non distanti da ‘analoghe’ caratteristiche chimiche sulle quali per ora non mi soffermo. Così zolfo e solfureo sarà tutto quanto ricorda il colore dello zolfo, come asseriva una sera un eminente amico di questo forum, senza dimenticare quelle scuole antiche che curavano per similitudine, e ancor oggi è opinione di alcuni che le noci facciano bene al cervello, per la loro forma, o che addirittura se uno si fa male cadendo da un muro la parietaria (pianta che cresce sui muri) possa essere di giovamento.

Tutte le operazioni alchemiche più importanti riportate dai testi richiamano un mondo parallelo analogo, Artephius lo ricorda chiaramente parlando di arte ‘cabalistica’ insieme a molti, altri tacciono forse pensando di essere comunque compresi. Cabalista è colui che cavalca la quadruplice materia e percepisce il mondo dall’alto di una visione più sintetica.

Secondo l’Astrologia normalmente si ritiene per ‘alto’ l’insieme dei pianeti del sistema solare e delle stelle fisse, ma spesso si dimentica di riflettere sul senso reale dell’associazione da tutti accettata tra le caratteristiche attribuite ai pianeti e quelle appartenenti agli Dei dell’Olimpo greco, cosa per nulla scontata e invero misteriosa, mai realmente spiegata; i pianeti fisici, in particolare i sette più nominati, rappresenterebbero a loro volta lo stato ‘basso’ rispetto lo stato ‘alto’ raffigurato dagli Dei citati. Sarebbe questo anche un segno significativo del fatto che il vero ‘alto’ non sta nell’universo fisico ma va ricercato in livelli più profondi; uguali considerazioni si riflettono poi nelle varie discussioni già affrontate altrove al riguardo dei dodici segni da non confondersi con le corrispondenti costellazioni. Tutto questo ha una importanza non trascurabile come dicevo nei riguardi dell’alchimia, che ricorre spesso alla Luna, al Sole, alla Primavera, ai Pianeti metallici ecc…. Un’analisi più ravvicinata seguirà forse prossimamente per dare conto di come precise specularità verticali e orizzontali mostrino meglio nello ’zodiaco dei segni’ quanto meno chiaramente si legge nei trattati alchemici.

Il fattore umano

E’ importante mettere in evidenza il fatto che in tutti e tre i casi, Magia, Astrologia, Alchimia, il fattore umano risulta essenziale, quale mediatore o attivatore di ‘speciali’ forze della natura, forze tuttora misconosciute dalle scienze ufficiali. Se per quanto riguarda Magia e Astrologia non ci sono particolari dubbi al riguardo da parte di coloro che attribuiscono ad esse una certa valenza, qualche incertezza traspare invece nei confronti dell’alchimia dove, specialmente tra gli autori moderni, sembra diminuita la convinzione in una certa ‘dignità’ da maturarsi prima di accedere ad un reale percorso alchemico.

Dal ‘Prezioso dono di Dio’ di Georg Aurac pag. 62

“Chi ignora in se stesso i principi naturali, è molto lontano dall’arte Filosofica, perché non ha una vera base, su cui fondare il suo proposito; ma se conoscerà i principi naturali di se stesso, e non ignorerà tutte le cause, più facile è a lui tuttavia l’accesso ai principi dell’arte.”

Peraltro risulta veramente difficile pensare a una ‘immaginatio vera’ della natura se non attraverso una ‘immaginatio vera’ insita nell’uomo, l’ uomo che gli alchimisti del passato (vedi Morieno tra tanti ) hanno sempre messo al centro dei quattro elementi.

Non a caso l’arte ermetica è denominata ‘Arte’, qualcosa cioè che in quanto tale non può prescindere dall’Artista quasi fosse cosa a se stante. Il vero artista è sempre unico, originale, non copia nessuno e appone la sua firma a qualcosa che non è pura applicazione automatica di formule o ricette, ma è parte di se stesso in connubio con la materia fisica.

Quanto detto porta a una semplice assunto: la corrispondenza analogica diventa fatto reale solo quando mediata da ‘risonanza viva’.

Pertanto il misterioso ‘artificio’ richiesto per la confezione della pietra sembra necessitare dell’operatore non solo per la scelta delle sostanze, ma anche per una misteriosa mediazione, non sempre efficace perché fortemente soggetta allo ‘status’ dello stesso e tale da poter rendere realmente attive eventuali disposizioni analogiche delle materie. Natura, dal canto suo, a meno che qualcuno le ‘spiani la via’ (Crasselame), non sembra essere interessata alla detta pietra in quanto di regola preferisce la via organica per evolversi e restituire successivi gradi di libertà allo spirito congelato nel cavo della terra.

Ho parlato di visione del mondo ‘per figuram’ e qualcuno avrà sorriso. E’ il momento di approfondire un poco questo concetto che per quanto ‘strano’ possa sembrare rispetto il modo attuale di interpretare il mondo è tuttavia assolutamente peculiare perché il sentire e agire per ‘immagine’ sono connaturati ‘da sempre’ al nostro comportamento. A coloro che vedo gia pronti a deridermi farei notare che tutta l’evoluzione della tecnologia attuale, fortemente dipendente dall’automazione e la computeristica non fa che evidenziare la stessa cosa, una mente che progetta, che disegna, che raffigura, e una macchina che esegue il progetto, che produce il moto, come parte staccata dal progettista stesso. Non è difficile riscontrare in tutto questo un desiderio neanche tanto inconscio dell’uomo di esteriorizzare quanto accade da sempre nel proprio corpo e forse in un lontano futuro replicare lo stesso a volontà. Non so quanto l’esempio che segue possa fare sorridere o invece riesca a rendere quanto intendo. Un fatto osservabile a tutti è ciò che si sperimenta a volte nella fase di transizione tra veglia e sonno allorché è possibile percepire come due fatti ben distinti il movimento solo immaginato di un arto e la sua attuazione effettiva da parte del corpo. Sto cercando di dire che Natura, della quale il corpo umano è degno rappresentante, risponde all’immagine secondo relazione analogica, attivando ciò che in linguaggio informatico chiameremmo una ‘macrofunzione’, un disegno, un progetto.

Ciò che chiamiamo Natura è una meravigliosa macchina messa in atto all’origine dell’universo; uno dei suoi poli, detto materia, sussiste grazie a quella misteriosissima proprietà che definiamo ‘inerzia’, della quale ho spesso accennato. Essa è a fondamento di tutti gli aspetti materiali della manifestazione, compresi gli enti organici, che sono macchine vere e proprie ma a un livello ancora lontano da riscoprire. Ebbene, alcuni ritengono che le chiavi naturali di questa macchina si possano intuire con la ‘profonda riflessione’ e ritrovare sotto forma di numero, nome, suono, ovvero tutti gli aspetti del ‘verbum dimissum’, e probabilmente ad esse hanno avuto accesso, se pure secondo modalità diverse, dottrine antiche come appunto l’Alchimia e la citata Magia, non mi spiegherei diversamente l’interesse particolare di Canseliet per quest’ultima.

Se, come recita la ‘tabula’ il miracolo è della ‘cosa una’, e se il basso deve corrispondere in qualche modo all’alto, allora la molteplicità del mondo degli atomi e delle particelle risulta essere solo interpretazione mentale, non dico falsa e irreale, ma tale da far rivedere in profondità il concetto di concretezza che sembra così importante per alcuni allorché venga posto a sostegno di una fattiva operatività. L’alchimia sembra ‘proprio essa’ a detenere le chiavi del processo secondo il quale da una visione unitaria e interiore della materia si passa a una rappresentazione esteriore e molteplice, adatta ai cinque sensi. (che Dio, nel modo istesso onde è produtto il fisico elissir, compose il tutto (sempre Crassellame)).

Chi studia l’ermetismo e ritiene veridica l’esistenza di un ‘alto’a cui riferire la ‘cosa una’ che compie miracoli, non può non riflettere sul fatto che gli innumerevoli pezzettini della manifestazione, i cosiddetti quanti di spazio e di tempo debbano essere collegati secondo una legge più inclusiva in stati unitari e sintetici anche se ciascuno di essi ‘visto’ singolarmente come, con sorprendente e coincidente considerazione fanno notare di sfuggita sia Fulcanelli che Einstein.

Questo significa che la visione quantistica deve trovare accordo con un imprescindibile ‘continuum’ che rifletta quella ‘unicità del tutto’ sostenuta dalla visione ermetica.

Inutile dire, nel terminare, che sempre ben accetti saranno altri eventuali punti di vista da parte di chi sia interessato a ulteriori approfondimenti.

Grazie per l’attenzione e arrivederci

Benjamin
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MessaggioInviato: Gio Mar 16, 10:33:32    Oggetto: Adv






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Benjamin

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MessaggioInviato: Dom Set 17, 09:18:34    Oggetto:  I volti della Forza
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Alcuni aspetti ‘ragionati’ della ‘Forza’ - Introduzione

“I corpi non hanno alcuna possibilità d'agire gli uni sugli altri; solo lo spirito è
attivo ed agente”

Potrebbe sembrare questa un’affermazione quasi scontata secondo una visione improntata unicamente a un credo ‘religioso’ ma è lecito pensare che un peso o un senso particolare potrebbe nascondersi in essa allorché venga letta in un testo di alchimia quale il MDC di Fulcanelli. Vale la pena pertanto soffermarsi un poco su questo punto e individuare possibilmente un contenuto che vada oltre un credo puramente fideistico, con tutto il rispetto dovuto a tutti coloro che ripongono nel grande dono della ‘fede’ il fondo di ogni aspirazione alla ‘conoscenza’.

E’ bene ricordare che i termini Spirito e Anima assumono nei testi ermetici ruoli non sempre corrispondenti a quanto tramandato dall’esoterismo tradizionale, ruoli a volte invertiti in una visuale ‘attivo passivo’ cosa che di volta in volta non è difficile individuare ma che potrebbe tuttavia indurre confusione. Ciò chiarito sembra che parlando di ‘Spirito’ si voglia alludere nel MDC a quel mercurio universale, vero legame cosmico tra l’uno e il molteplice, tra alto e basso e tra destra e sinistra e il cui approfondimento coinvolge di diritto tutto lo scenario alchemico, un modo che diremmo più tecnico, più strutturato, per descrivere quanto e ‘cosa’ sottende la manifestazione di ciò che chiamiamo ‘Forza’, termine inevitabilmente coinvolto nel pensare all’azione tra i corpi ‘gli uni sugli altri’. A conferma di ciò non a caso nello stesso passo del MDC si associa la Forza al massimo ‘secretum’ alchemico, alla quintessenza, alla rugiada, al sangue rosso degli innocenti ecc…

Per questa ragione, i Saggi, sapendo che il sangue minerale di cui
avevano bisogno per animare il corpo fisso ed inerte dell'oro non era
altro che una condensazione dello Spirito universale, anima di tutte le
cose: sapendo che questa condensazione, sotto la forma umida, capace
di penetrare e rendere vegetative le misture sublunari, avveniva soltanto
di notte, col favore delle tenebre, del cielo puro e dell'aria calma;
sapendo, infine, che la stagione in cui essa si manifestava più
attivamente e più abbondantemente corrispondeva alla primavera
celeste, i Saggi, per tutte queste ragioni, le diedero il nome di Rugiada
di Maggio.

Una riflessione si impone su che cosa intenda Fulcanelli per ‘forza’. Mi spiego meglio; la forza oggettivamente si manifesta tra i corpi secondo leggi che appaiono inflessibili, come già fatto notare e pertanto attribuire in modo peculiare allo Spirito questa ‘azione’ non può non mettere in seria difficoltà una reale comprensione dell’affermazione del Fulcanelli poiché lo Spirito è quanto di più ‘libero’ siamo abituati ad intendere. Nello stesso tempo è bene rendersi conto che, per quanto si manifesti in molteplici aspetti, la forza in intima ed ultima essenza non può essere che ‘una’.

Ecco allora che, là dove la scienza moderna oltre che a non porsi il problema men che meno risulta in grado di ipotizzare alcun tipo di modello che includa il termine ‘spirito’, la visione antica e tradizionale per contro da sempre propone una forma di ‘spiegazione’ che si può ravvisare a vari livelli, a cominciare da un dualismo a fondamento sia della molteplicità spaziale e temporale che dell’aspetto alternante o vibratorio di tutto l’universo, dualità che inevitabilmente include un terzo principio intermedio atto a rendere possibile l’ interazione tra i due ricordandone l’unità essenziale.

Fin da sempre il caduceo ermetico raffigura in tutto e per tutto il senso, la natura, la modalità di azione, ma soprattutto i ‘livelli di libertà’ della forza, dal mondo luminoso e aereo del pianeta ’ Luna Sole’, unico e duale allo steso tempo, fino al pesante e vincolante Saturno, e questo in oriente come in occidente. Per rendersene veramente coscienti e ottenerne indicazioni molto più dettagliate occorre approfondire proprio l’alchimia e ancor più il sintetico ed espressivo glifo astrologico che, opportunamente osservato, fonda esattamente la sua figura proprio sul caduceo classico, come rilevato da molti ‘accorti’ studiosi tra i quali il grande Zolla.

Non è di particolare aiuto il contributo delle scienze accademiche odierne, alle quali va comunque tributato grandissimo merito per accuratezza delle osservazioni e per la dedizione di una vita di tanti validissimi ricercatori. Tale dedizione potei constatare come studente ai banchi di scienziati del calibro di Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini, Antonio Cabibbo e altri, il fior fiore della fisica italiana del ventesimo secolo. Pur affascinato dal rigore e dalla spassionatezza della ricerca sperimentale, sentivo comunque il tono di tale ricerca insufficiente a soddisfare e colmare il nucleo delle mie aspettative. Viceversa le poche letture ermetiche e alchemiche allora disponibili prospettavano qualcosa che per quanto meno definito puntava a un’esigenza più profonda riguardo il ‘conoscibile’ e in particolare la descrizione più o meno indiretta di cosa possa relazionare ‘oggettività’ e mondo ‘soggettivo’, al di là di possibili ed eventuali conseguimenti attribuibili a una più o meno fattibile ‘pietra’.

Peraltro i suddetti rispettabilissimi scienziati avevano iniziato già da tempo una serie di sperimentazioni con gli acceleratori di particelle, vedi il progetto ADA a Frascati sotto la direzione del Prof. Touschek dove elettroni e positroni venivano spinti a una velocità prossima a quella della luce per farli collidere e poi vedere cosa potesse succedere. Già da allora tali esperimenti, poi sviluppati negli anni successivi fino agli attuali enormi acceleratori (vedi l’anello di Ginevra), mi apparvero seguire una linea di ricerca del tipo veramente ‘titanico’ come spesso ho fatto rilevare, contrario a un approccio che ritengo più consono a ciò che, se pur vagamente, definiamo come ‘natura’.

L’indagine dei processi relativi a quanto accade alle alte energie si può considerare un vero discriminante della direzione della ricerca attuale, dove l’energia viene considerata ‘alta’ secondo la misura della ‘quantità’ o potenza, piuttosto che in base alla ‘qualità’ tra l’altro mai presa seriamente in considerazione. Cercherò nel seguito di chiarire meglio quanto intendo.

In modo succinto si può dire che la sperimentazione attuale cerca nel mondo microscopico di forzare la forma mediante altre forme in interazione ‘parossistica’ laddove l’alchimista, del tutto ignaro o disinteressato di atomi né tantomeno di processi subatomici tenta di sciogliere nel vero elemento cosmico ‘Acqua’ ciò che a sua volta intende per ‘forma’ applicando con ‘arte’ un dolce calore, un fuoco molto particolare o ‘fuoco segreto’, unico vero agente e fondamento di ogni processo alchemico, in perfetta ‘analogia’ con quanto succede nella transizione dell’elemento ‘terra’ da stato solido a liquido mediante il fuoco volgare. Ecco un esempio di come la gran legge di analogia suggerita dalla ‘Tabula Smaragdina’ possa indicare un’applicazione specifica sulla materia opportunamente preparata in ‘risonanza viva’ (reincrudazione ) e tale da poter evocare, o meglio innescare, agendo nel piano fisico ‘orizzontale’, un’azione ben più profonda nel piano ‘verticale’ dei veri elementi. Analogamente un uovo opportunamente ‘gallato’ può sviluppare un pulcino, alla formazione del quale concorre qualcosa di più profondo che pure reazioni chimiche, con la semplice applicazione di un calore esterno moderato e continuo.

Come detto altre volte lo spezzettamento della materia in particelle, a base della descrizione del mondo secondo la scienza accademica porta come conseguenza la ricerca della particella ultima, madre e padre di tutte le altre; sembra essere questa la punta dell’indagine attuale sulla natura del cosmo. Eppure, a pensarci bene, pur nella limitazione di una visione prettamente ‘materialistica’ tale ricerca risulta sempre viziata e mancante di essenziali considerazioni.

La prima di esse è di sostanziale importanza e sempre la stessa. Ci si può girare intorno senza venirne a capo; scienziati di grande rilievo hanno tentato a volte di affrontarla di petto ma con scarsi risultati finora sfociati sempre in una rimozione del problema, come spesso ho rilevato, nell’incapacità di ipotizzare un minimo di spiegazione, almeno un modello un poco utile per quanto inevitabilmente falso, per parafrasare la famosa espressione di Lucarelli.

Come infatti poter solo lontanamente immaginare le qualità del ‘corpo’ detto ‘spazio vuoto’ in grado di contenere e trasmettere in ogni infinitesima sua parte tutte le infinite informazioni di tutto l’universo nonché di ‘tenere’ le fila, il legame con ogni minima parte di esso ? Qualcuno anche profano di certi studi comincerà forse a chiedersi che cosa permetta di chiacchierare con chiunque al mondo con il suo telefonino pur immerso in una folla dove ciascuno può permettersi di fare altrettanto.

E’ impossibile inoltre alla mentalità ordinaria attuale pensare a una relazione istantanea, tra parti immensamente lontane, eppure è assolutamente illogico pensare che le proprietà identiche della materia di due cose così distanti possano sussistere se non ci fosse un fattore che le mantenga intatte al di là del tempo e dello spazio, un messaggio che non conosce tempo né distanza, in barba al fatto che non esisterebbe nessuna ‘informazione’ in grado di superare la velocità della luce. L’universo stesso non esisterebbe se non fosse ‘coeso’; le cosiddette ‘costanti cosmiche’ della fisica sono identiche qui e nei ‘quasar’ ai confini dell’universo. Ma cosa tiene, determina e governa tali costanti ? Basterebbe una piccola variazione di una sola di esse per far sì che l’universo assuma una forma totalmente diversa, vedi l’universo chiuso al centro della Terra di Paolo Emilio Amico Roxas.

Il vizio che rende deboli e incomplete tutte le descrizioni riguardo la forza che regge i mondi è sempre quello di pensare a quel corpo senza forma di cui sopra, lo spazio contenitore del tutto, come imprescindibile e assolutamente intoccabile. Là dove per il mondo antico il mondo era ‘a misura d’uomo’ le osservazioni ultime astrofisiche nel ‘profondo cielo’ non hanno fatto altro che aumentare ulteriormente il senso di ‘nullità’ e di assoluta impotenza, e questo anche da parte di filosofi, scienziati, e persino studiosi di ermetismo e alchimia. Solo i più accorti, vedi Einstein e pochi altri sentono la necessità di considerare un modello teorico unico che includa oltre al contenuto del cosmo, anche il misterioso e sfuggente ‘contenitore’. Ebbene, mi sento di insistere da tempo su questo punto perché non è mai stato così nella genuina visione esoterica tradizionale ed è proprio la comprensione di questo fatto a rappresentare, a mio modo di vedere, la vera porta di ingresso alla visione alchemica. Occorre rendersi conto che se veramente le suddette costanti cosmiche fossero insuperabili, non potrebbe esistere la ‘vita’ così come la conosciamo. Per questo motivo i testi alchemici ritengono essenziale operare su corpi ‘vivi’ (Crassellame). La vita, pur manifestandosi ‘localmente’, supera le barriere imposte dalla rigidità del puro elemento terra e partecipa dell’universo ‘in toto’.

Ora è bene precisare che anche la scienza ricerca e studia i principi universali, come per esempio il principio di inerzia e si può dire che quanto scoperto finora è anche frutto di riflessione profonda, dove fa da padrona la matematica pura. Il calcolo infinitesimale, le equazioni differenziali ecc… sono l’espressione di un ‘pensare’ e di quanto percepito in certa luce non solo puramente ‘razionale’, come si potrebbe obiettare; tali equazioni, frutto di rigorose astrazioni hanno contribuito a chiarire e risolvere molti problemi, anche presso coloro ai quali non piace vedere a braccetto mondo matematico e mondo fisico, dimenticando forse l’unitarietà del tutto. Pur tuttavia è necessario distinguere i principi universali identificati dalla scienza da quelli che chiamiamo ‘archetipi’ o principi della tradizione ermetica, fermo restando che l’evoluzione e perfezionamento dei primi possa in un futuro avvicinarli ai secondi.

L’applicazione ‘locale’ di un principio ‘universale’ pare sfuggire anche a operatori esperti. Tipico esempio ne è forse quanto riportato dal Fulcanelli riguardo la Rugiada (vedi sopra), quella cioè tratta dalla Primavera ‘celeste’ (non terrestre) cioè una condizione valida in tutto il cosmo, cosa che dovrebbe insinuare qualche perplessità presso coloro che si accingono all’’esercizio allegorico’ della sua raccolta, come dichiara lo stesso Canseliet, a meno che certe condizioni locali possano, in concomitanza di fattori specifici determinare il terreno adatto a recepire la ‘forza’ “per adattamento della cosa ‘una’ “ ( vedi Tabula Smaragdina ) e rendere possibile una reale azione ‘analogica’. L’universalità del riferimento è ben descritta dalla famosa tavola del Mutus Liber dove il passaggio da un quaternario a un quinario vivente (in modo quasi identico alla nascita della Luce del mondo nella Grotta natalizia e nell’oscurità della notte) è manifestato dalle cinque lenzuola quadrangolari e confermato in un sale quintessenziale raccolto nelle bacinelle dove chiaramente è disegnato il segno salino.

Nel pensare al misterioso spazio, rappresentato anche dall’oscurità della mezzanotte, è d’obbligo secondo la visuale ermetica parlare di ‘Luce’, in tutti i sensi. La gogna dal sapore biblico imposta come punizione riguardo il lavoro, quale ‘fatica’ e distanza da superare, va gradualmente attenuandosi, lo vediamo tutti chiaramente, e ciò che intendiamo come ‘azione’ si va sempre più confondendo con ciò che possiamo definire come ‘percezione’. La cosa farà sorridere i benpensanti, invero non completamente in torto manifestandosi i due suddetti aspetti nell’esperienza consueta uno come attivo e l’altro come passivo. Ma questo avviene perché siamo abituati a farci un’idea del mondo confidando quasi esclusivamente sulla cosiddetta esperienza del ‘concreto’ tangibile. Eppure non è difficile spazzare via in un sol colpo tutto il sapere scientifico e gran parte di quello filosofico se pensiamo che una vera conoscenza deve essere esperibile a prescindere dai 5 sensi nonché dalla strumentazione scientifica che ne è prolungamento.

Qualcuno si chiede se per ‘conoscenza’ debba intendersi un vedere ‘diretto’ piuttosto che ‘mediato’ come avviene di norma ?

Rimane allora una unica opportunità , ovviamente dopo la morte, il punto additato sempre dalla tradizione come possibile inizio della vera conoscenza. I saggi antichi si impegnarono nella ricerca di uno stato che più rassomigliasse a quel baratro, per affacciarsi quel tanto sufficiente a comprendere. Al di là dei cinque sensi fisici azione e percezione quasi coincidono. Emanuele Swedemborg ne dà ragione quando, basandosi sulla sua esperienza, dichiara (vedi ‘Le terre del cielo stellato’ ) che ciò che appare quale spostamento e distanza nello spazio ordinario corrisponde a un cambiamento di stato nell’ambito della ‘luce’.

Parlo appunto di una diversa percezione della ‘luce’, non certo quella esteriore, come ho potuto constatare presso diverse persone che realmente abbiano intrapreso un ‘cammino’, spesso persone non necessariamente implicate in un percorso puramente alchemico. Non è difficile sperimentare, a contatto con questa luce come spazio e tempo possano ‘contrarsi’ o ‘dilatarsi’. So bene che molti considerano cose del genere di poco conto, semplici sogni e niente di più. La mentalità comune, forse univocamente orientata al valore della concretezza, conosce poco riguardo come e quanto un certo ‘sognare’, del quale si è già parlato e tanto per fare un esempio, possa diventare una porta di accesso a una falda più profonda degli stati dell’essere, perché se ne può capire il senso reale solo con la vera esperienza, peraltro accessibile a tutti in quanto sottostante la tradizione che ci portiamo appresso con la nascita, lo confermano le favole e i miti che nascono dalla stessa radice.

Nel passaggio da una rappresentazione trina, sempre celata e irraggiungibile, a un quaternario di un gradino più vicino a noi possiamo pensare che tra solfo mercurio e sale, considerati anche ‘sostanze’ inscindibili dal Crassellame, il fattore mercuriale giochi un ruolo fondamentale in quanto archetipo universale di connessione e di comunicazione, trasportatore e mediatore della Forza tra i vari livelli della manifestazione. Naturalmente il rapporto tra il tre e il quattro rimane ancora inconoscibile come pure l’essenza stessa del mercurio ma in nostro soccorso concorre il sempre nominato glifo astrologico fornendo, unico tra tutti gli altri modelli, una rappresentazione specifica e precisa che mostra in quale modo ternario e quaternario si intrecciano mirabilmente nella manifestazione spazio temporale fino a condensarsi in forma completa nei dodici segni, là dove i sette (sei) pianeti, non certo quelli astronomici, manifestano fisicamente il loro duplice aspetto.

Vista la cosa in altro modo l’Umido, ovvero ciò che scioglie le parti e le riporta all’uno, si alterna nel tempo secondo un ritmo base con il Secco, ovvero ciò che divide l’uno e lo frammenta all’infinito, l’uno dentro l’altro in predominanza alterna, come meglio di tutti rappresenta il Tao (vedi il segno del Cancro) in meravigliosa sintesi. Nell’ambito di Secco e Umido si alternano Caldo (espansione delle parti) e Freddo (contrazione e restringimento delle cose) secondo un ritmo che è il doppio di quello base, la sua prima ‘ottava’. Il Quaternario così composto è vibrante e creativo, ne vediamo traccia temporale e spaziale nei quattro elementi, nei quattro fuochi, nei quattro mercuri, nella sequenza delle quattro ere classiche e nelle quattro stagioni. E’ implicito pensare come il suddetto ritmo di 6 e 12 applicato di norma e analogicamente all’anno solare, dopo quanto esposto possa essere relazionato a qualsiasi ente ‘vivo’ che si manifesti nello spazio tempo, qualunque sia la sua dimensione e qualunque sia la durata della sua vita.

Divisione, unione, espansione e contrazione e due ritmi o frequenze in relazione di ‘ottava’, ecco un primo e sintetico aspetto della ‘Forza’ secondo la tradizione ermetica.

Inutile aggiungere che non dico nulla di nuovo in quanto, come ripeto, tutto questo è chiarissimamente descritto dal glifo astrologico. Ne fu affascinato Einstein, ma di certo non gli poteva bastare, come già detto in altre occasioni, e il suo interesse fu ritenuto come ‘un peccato di gioventù’.

Fulcanelli con la sua semplice e sintetica osservazione sembra voler identificare qualcosa dagli effetti indubbiamente fisici ma che trae origine da una modalità osservativa del tutto diversa da quella corrente, una interfaccia con il mondo esterno non certo identificabile né con i comuni cinque sensi né tanto meno con qualsiasi strumento di indagine in uso nel campo sperimentale come già fatto notare. In altre parole solo chi è realmente sensibile allo Spirito, può avvicinarsi alla conoscenza della Forza.

E’questo un punto di cruciale importanza che distingue ermetismo e alchimia rispetto ogni altra via di accesso alla conoscenza della natura.

Nella visione di Fulcanelli trova giusta allocazione la famosa espressione di Dante a proposito del fattore ‘qualitativo’ che muove il Sole e le altre stelle. Voglio dire che lo scenario alchemico può rimanere incomprensibile se lo si considera solo dal punto di vista formale, cosa che sembra chiara e scontata quasi a tutti gli studiosi ma poi di fatto viene disattesa da molti, a mio giudizio, proprio quando si ripetono alla lettera e quasi ossessivamente alcune indicazioni classiche riguardo l’operatività. Così l’incitamento alla pratica da parte dell’adepto non deve vedere distanza o sostanziale differenza nei confronti dell’ispirazione del poeta artista poiché arte significa appunto sensibilità ma anche ‘operazione’. Nulla meglio della musica esprime lo stesso fatto (Kunrath docet) . Infatti l’ascolto di un brano musicale mancherà di qualcosa di essenziale se l’esecutore non saprà infondere la propria autenticità nel porre in atto lo schema arido e formale dello spartito, ovvero esprimere se stesso ossia il proprio tono, e questo tono farà la differenza del vero artista. Lo stesso accade per il grande cantante, il grande pittore e in genere in tutti gli aspetti di ciò che chiamiamo ‘arte’. Piccole sfumature non misurabili ma sostanziali, segni percepibili e fisici dell’azione dello Spirito, per quanto individuale.

Se qualcuno a questo punto dubitasse se quanto detto abbia realmente a che fare con la ‘Forza’ basterebbe citare Orfeo, che secondo la tradizione trascinava esseri e cose al suono della sua lira.

Ma come sempre ho di parecchio superato il limite e rimando a un eventuale prosecuzione ulteriori approfondimenti.

Benjamin
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MessaggioInviato: Sab Gen 13, 21:30:38    Oggetto:  oblivion
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Un’altra alchimia

Un Forum mediatico come questo offre la preziosa opportunità di condividere studi, ricerche, ipotesi di lavoro; per quanto Il dialogo tra gli ospiti sia auspicabile ed utile per maggior vitalità e arricchimento reciproco non per questo risulta essere indispensabile perché anche in un monologo permane sempre l’utilissimo esercizio della ricapitolazione ordinata del proprio pensiero, nell’impegno di una esposizione chiara e comprensibile ad altri eventuali lettori.

Il mio personale contributo è stato costante per molti anni, appassionato e disinteressato e devo riconoscere che ho ricevuto indirettamente da questa condivisione più di quanto non mi aspettassi. Per questo sento il dovere di onorare il ricordo di due amici passati oltre il velo da decenni e che all’ermetismo e all’alchimia dedicarono la vita ( un’altra alchimia secondo alcuni). Peraltro la Fiammella, ormai poco frequentata, è diventata suo malgrado il sito ideale per un approdo a toni sommessi, quasi nell’ombra e dove si giunge quasi per caso, senza pubblicità e senza rumore, proprio come fu la vita dei miei due amici.

Oblivion


Un’altra alchimia” secondo alcuni. Non so quanto sia accettabile questa distinzione; personalmente non ne farei una punto irremovibile perché ho sempre percepito l’alchimia come ‘una’.

Un filo conduttore ben preciso è individuabile nei testi. A mio parere conviene estraniarsi temporaneamente dalle descrizioni di operazioni di laboratorio complicate e oscure dove facilmente ci si perde e dedicarsi alla semplice osservazione delle figure note a tutti le quali mostrano in modo più o meno indiretto quei ‘principi’ applicabili in infiniti modi a ogni aspetto della scienza ermetica. E’ proprio la ricchissima molteplicità di allegorie parallele tratte dalla mitologia, dalle religioni, dalle favole a certificare non tanto la volontà di distrarre o nascondere, non tanto la cosiddetta ‘invidia’, quanto l’universale validità di detti principi. Ho evidenziato questo fatto negli anni trascorsi insieme e nel mio piccolo con diversi esempi facili da dimostrare, frutto di semplice osservazione ma che stranamente non appaiono in nessun libro.

Una visione parziale dell’ermetismo non paga. Continueranno gli appassionati del forno a giudicare come acqua fresca le astrazioni dei cosiddetti spiritualisti e continueranno questi ultimi a giudicare cieco un ‘fare’ limitato alle sole mani. Sta di fatto che comunque una reale conoscenza, frutto della ricerca di una vita, dovrà fare i conti con quanto inevitabilmente si presenterà di fronte all’individuo nel momento in cu il lume dell’esistenza fisica si spegnerà inesorabile. L’alchimia si occupa della natura e sembra disinteressarsi dell’individuo e del suo destino, quasi fosse questo secondo alcuni un aspetto marginale della natura stessa. Non ci si rende conto che Natura, eletta a guida sicura, solo ‘parzialmente’ e in superficie si può manifestare in un laboratorio esteriore, che in ogni caso è parte del mondo fenomenico, cioè veste illusoria.

Tutti i testi classici fanno riferimento a qualcosa di più profondo della pura apparenza delle cose. L’immaginazione viva (immaginatio vera) non può essere considerata cosa a se stante, avulsa da ciò che rende l’individuo cosciente e pensante e che travalica i sensi fisici; in essa la natura si rispecchia in modo completo mostrando i veri elementi e il senso della ‘miniera’ in quel crogiolo o croce energetica che ci portiamo appresso fin dalla nascita.

L’ermetismo da sempre rivolge l’attenzione al misterioso mediatore che si interpone tra spirito e materia, ovvero in termini alchemici tra cielo e terra, e studia tutti i gradini della scala dell’essere, come ben evidenziato dalla prima e dall’ultima tavola del Mutus Liber.

Oculatus abis

E’ questo l’intento, lo scopo dell’’aperire terram’, il senso dell’ ‘Opus’ alchemico. E’ proprio su questi punti di essenziale importanza che ora, a distanza di tanti anni, vedo incentrata l’opera ermetica di Ludovico e Don Umberto, nomi reali di due amici non identificabili in quanto essi seppero vivere la loro ricerca alchemica in perfetto anonimato.

Una delle prime cose che mi disse Ludovico fu quella di procurarmi una lampadina rossa, del tipo che allora usavano i fotografi al fine di evitare di impressionare la carta fotosensibile nel lavoro in ‘camera oscura’; non si sbilanciò su cosa potesse servire ma aggiunse che forse prima o poi mi sarebbe tornata utile.

Non ricordo bene come fosse iniziato il nostro dialogo. Ludovico partecipava a un cenacolo di studi esoterici al quale mi ero avvicinato da giovane studente; era particolarmente taciturno, riservato e persino schivo, per quanto educatissimo e gentile. Forse lo aveva incuriosito qualche mia esternazione riguardo l’interesse per l’alchimia; forse per questo ritenne di poter scambiare con me qualche parola, qualche pensiero; avevo oltre 20 anni meno di lui e ciò bastava a tenere a bada la mia mente nei suoi confronti e renderla più disponibile all’ascolto.

Non era esattamente malinconia la sua e neanche stanchezza quando nel parlare della sua vita manifestava un profondo senso di distacco. Diceva di conoscere la data della sua morte ( non me la disse né gliela chiesi), cosa che accolsi in silenzio riservandomi il ‘beneficio dell’inventario’, e insisteva nel puntualizzare che quando l’espressione popolare recita “si vive una volta sola” non fa che manifestare una falsa verità. Negli anni che seguirono, quando l’entusiasmo dei miei primi approcci a tali studi cominciò a trasformarsi gradualmente in calma riflessione, mi resi conto che il vero ‘ingresso’ nella ‘selva oscura’ si manifesta proprio là dove il problema dell’essere e del ‘non essere’ si impone di forza nel fondo dei nostri pensieri, quasi un tarlo che ti corrode la vita, e nel ripensare a Ludovico mi pare ora di comprendere meglio il suo stato di allora. Lo vidi quasi allegro un giorno quando mi disse che lo avevano promosso ‘dirigente’ nell’ufficio dove lavorava. Lamentò una volta il fatto di aver commesso da giovane un errore che lasciò traccia nella sua vita allorché ‘una voce’ uscita dal nulla, forse il suo inconscio, gli propose una scelta tra “ il potere o l’amore” ; la sua risposta fu “il potere”. Con questo aneddoto credo volesse indicarmi un aspetto assolutamente importante in una vita orientata alla ricerca ermetica, aspetto che poi credetti di ritrovare approfondito in vario modo da autori quali Gustav Meyrink, Dante , Flamel, Bulwer Litton e altri, (oppure, a beneficio di tutti, nella maggioranza delle buone favole). Naturalmente non ottenne il ‘potere’, al quale forse non era veramente interessato neanche da giovane. Per quanto riguarda l’amore invece dava l’impressione di aver perso una grande opportunità, come l’aver rinunciato a un dono, uno stato di grazia concesso dal cielo, importante tanto per la vita ‘profana’, come si suol dire, quanto ancor più per la stessa ricerca ermetica.

La chiave operativa del percorso ermetico è descritta in vari modi in molti libri”, mi ripeteva spesso, “ed è evidenziata nei testi sacri, nei racconti, particolarmente in Dante e altri, a disposizione di tutti: basta osservare le cose con naturale semplicità”.

Dopo qualche tempo mi annunciò che mi avrebbe fatto conoscere ‘ un pezzo da novanta’.

Don Umberto

So tutto di Lei; Lei invece non sa nulla di me”. Queste furono più o meno le parole che Don Umberto mi rivolse in tono quasi provocatorio dopo la prima presentazione, in uno studio pieno di libri e davanti a una ricca tazzina di caffè Hag preparato dalla moglie. Di sicuro aveva più di 90 anni e per questo, nel rispetto dell’età non mostrai quella reazione di scetticismo alle sue parole che sarebbe stata spontanea di fronte ad altra persona; ebbi modo di verificare in seguito che non c’era alcuna presunzione nel suo dire. Su mia richiesta di saperne di più aggiunse qualcosa che ricorda la pace delle dimore arabo spagnole, quasi fossero stampate nel fondo di un mio possibile passato.

E’ anche lui della partita ?” gli domandò Ludovico; “devo vedere” gli rispose Don Umberto. Qualche tempo dopo capii meglio. La cosiddetta ‘partita’ era una sorta di impegno ‘pro salute popoli’ preso in un lontano passato dal loro gruppo e da perseguire anche in futuro; alcuni appartenenti a questo gruppo si erano ritrovati come era successo a loro due, ma io non ero implicato nello stesso percorso, così mi fecero capire nei mesi successivi. Naturalmente non prendevo tutto questo come oro colato e mi limitavo ad ascoltare.

Negli incontri che seguirono nell’arco di circa tre anni, dialogammo su argomenti vari ma raramente di Alchimia. Come ho detto lo studio di Don Umberto era pieno zeppo di libri ma a parte qualche raro accenno, fatto piuttosto da Ludovico, mai alcun autore mi fu proposto come particolarmente importante. Sorrideva Don Umberto quando gli nominavo qualche personaggio del mondo esoterico del momento; di uno diceva che era salito troppo presto ‘in cattedra’, di altri che andavano per la maggiore si sbottonò in senso generale dicendo: “parlano parlano e poi quando hanno bisogno vengono da me”. Per il resto era molto ‘umano’, degustava le ciliegie che coglievo per lui in alta Sabina e descriveva a volte qualche piatto della cucina siciliana. Ammetteva i suoi limiti. “la mia vista non è molto profonda” confessò di fronte a una mia richiesta troppo specifica; mi parlava di esseri ‘intermedi’ dalle forme strane, di gesti particolari che hanno reale valenza in più piani dell’essere. Parve adirarsi nei confronti di una signora aggiuntasi un giorno al nostro terzetto e che aveva interferito in una sua spiegazione, ma accorgendosi di avere dato l’impressione di intolleranza si riprese subito quasi scusandosi. A ogni nostro incontro mi chiedeva sempre sui miei sogni ai quali dava spesso un significato del tutto differente dalla mia personale interpretazione. Puntualizzava sul fatto che per salire in alto sui livelli positivi e luminosi della luce astrale occorre liberarsi del peso della zavorra , come per i palloni aerostatici.

Mi chiedeva sulla mia salute e aveva capito che incontravo difficoltà negli studi: mi aiutò ad equilibrare il mio stato energetico con passaggi semplicissimi. Era sempre pronto ad aiutare disinteressatamente coloro che attraversavano momenti difficili.

“Il fondamento della pratica alchemica è l’unione del bianco con il rosso”,

disse un giorno, ma passarono mesi prima di riprendere l’argomento. Questa frase non mi incuriosì eccessivamente perché la trovavo non molto diversa da quanto si può leggere nei libri: devo dire che anche quanto ascoltai nei mesi seguenti, pochissime parole riguardo l’alchimia, non fu quello che uno si aspetterebbe, cioè la rivelazione di qualche segreto, cosa che ha prodotto una lunga riflessione e che porta a due asserzioni fondamentali del tutto coerenti con la ‘tradizione pura’:

1 ) Non vi può essere rivelazione dall’esterno.
2) Solo la reale pratica può portare a una vera conoscenza. Purtroppo termini come ‘lavoro’ o ‘fare’ non rendono bene il senso della ‘pratica’ ermetica risultando a volte persino fuorvianti.

Io credo che Don Umberto, al di là di quella quindicina di parole, pur particolari per iniziare una vera pratica, in sostanza mi trasmise la testimonianza di come cose semplici, ritrovabili dappertutto, possano avere tutt’altro peso quando veramente sperimentate in una paziente e dedicata applicazione. Persino l’efficacia di un metodo testimoniata da altri, per quanto di valore non può essere una vera prova fintanto che non sia sperimentata di persona.

Non esistono scuole e rivelazioni lungo il sentiero ermetico, bisogna farsene una ragione !

La distinzione tra via umida e secca aveva per i due amici un senso assolutamente chiaro che però non ha nulla a che vedere con le temperature né con crogioli, storte e o alambicchi, come spesso si legge.

Verso la fine dei nostri incontri Don Umberto tenne a dirmi che secondo alcuni miei aspetti caratteriali riteneva più adatta per me la ‘via secca’ nonostante fossi un tipo piuttosto lunare; non vedeva di buon occhio la devozione, anche nei suoi confronti e mi fece capire che dovevo imparare ad essere più freddo e distaccato.

A volte prendevo coraggio e azzardavo a chiedere qualcosa di più specifico ma Don Umberto con finta aria perduta rispondeva: “Booh !?” . Gradualmente mi resi conto che la vera conoscenza ermetica non segue le modalità di qualsiasi altra dottrina, viene dal di dentro e non viceversa.

Un giorno, appena fummo ricevuti nel suo studio Don Umberto chiese di primo acchito a Ludovico: “Vico, che nuova mi racconti ?”, e questi, colto di sorpresa rispose: “ comincia ad apparire il ‘verde’” . “Tienilo per te” si affrettò ad interromperlo Don Umberto, quasi temendo che potesse sfuggirgli qualcosa che io non ero pronto ad ascoltare. Cito la cosa perché indicativa del fatto che qualunque fosse la tipologia del cammino alchemico da loro perseguito, esso presentava le stesse caratteristiche, gli stessi passi descritti dai testi classici.

Il ‘Fuoco’ Segreto, sfida quasi beffarda lanciata dagli antichi adepti all’aspirante alchimista, non poteva non incuriosirmi ma alla mia domanda su che cosa in realtà dovesse intendersi Don Umberto fu ben lungi dall’essere esplicito. Accennò al mito di Venere e Marte sorpresi da Vulcano e avvolti in una rete, poi forse aggiunse qualcosa, qualche parola che mi sfugge e che ho tentato spesso di ricordare, quasi un discorso sommesso e affievolitosi nella nebbia.

L’ultimo incontro con Don Umberto non fu un addio né un arrivederci ma qualcosa mi disse dentro che era l’ultima volta che ci vedevamo; forse, nel ripensarci oggi, ebbi un fugace sospetto che egli si fosse quasi pentito di avermi detto troppo, oppure che si fosse accorto che io non avevo ben compreso; avevo comunque quanto basta e qualche mia decisione interiore mi avrebbe tenuto lontano da loro. Vidi ancora poche volte Ludovico e poi per più di 30 anni come un velo si interpose tra noi, nonostante essi abitassero entrambi a poche centinaia di metri da dove mi stabilii nel quartiere XVII di Roma. Non che li avessi realmente dimenticati, tuttavia qualcosa mi distolse da loro per tutti quegli anni finché mi tornò prepotente il desiderio di ricercarli. Riuscii non so come a sapere che Ludovico si era trasferito ai Castelli Romani; mi informai presso il comune e mi dissero che da tempo era deceduto.

Avrei voluto saperne di più, o meglio confrontarmi con loro su quanto col tempo era affiorato dalla mia riflessione personale. Le pochissime parole che mi furono dette non mi erano mai bastate, e per quanto i primi anni mi avessero dato la falsa illusione di saperne di più di molti altri, non avevano avuto tuttavia la forza, una spiegazione soddisfacente se vogliamo, tale da indurmi a una vera pratica; qualcosa doveva ‘prima’ essere compreso ‘a fondo’ e inevitabilmente ‘da solo’. Aggiungo che non riuscivo a eludere una sensazione di pericolo perché capivo che non si trattava né di un gioco, né di un esperimento, ma di qualcosa in grado di sconvolgere la vita nel profondo.

Proprio per questo ritengo preliminare al sentiero ermetico l’organizzazione della propria vita in modo tale da poter gestire un tratto di spazio e di tempo libero da altre incombenze, perché il confronto con il ‘guardiano della soglia’ dovrà coinvolgere solo te stesso.

Alcune frasi, sfuggite quasi per caso a Ludovico, si riferivano a un lontano passato e a un rincontro con Don Umberto in un’altra vita; egli era certo che avrebbe fatto l’agricoltore e questo lo rallegrava. Dico sinceramente che nonostante l’apprezzamento e la massima stima che essi mi ispiravano, tali accenni mi apparivano troppo fiabeschi e difficilmente accettabili. Sono comunque tuttora sorpreso di come alcuni fatti della mia vita personale, visti da Don Umberto e dapprima insospettabili, si siano rivelati molto precisi dopo diversi lustri. Ero particolarmente curioso di cosa potesse esserci tra una vita e la successiva. A detta di Don Umberto nello stato ‘post mortem’ si può presentare una scelta tra una vita futura con pochi problemi e che egli assimilava a un sentiero o porta verde oppure un’esistenza’ più difficoltosa e impegnativa (porta rossa). Ci tenne a dire che per chi segue seriamente questi studi è bene coltivare la forza e il coraggio di affrontare la seconda scelta, per quanto meno allettante.

Sogno entrambi ogni tanto, a volte sembrano rispondere da un telefono lontano e sempre spero che possano aggiungere qualcosa non confidato nei nostri incontri, qualche dettaglio che però non pronunciano mai. E’ giusto così, credo di aver compreso il perché.

Quanto sopra dovevo a Ludovico e Don Umberto.

“non formido mori quia ante oculos meos sicut in speculo stat vita futura”.

Penso appropriato a loro il detto degli antichi filosofi e mi piace credere che davvero si rincontreranno in una nuova vita per continuare la loro ‘partita’.

Benjamin
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